Il pubblico resta incantato dall’armonia del coltello sardo e passeggia senza fretta ammirando la mostra biennale Arresòjas che si svolge a Guspini, all’interno dei locali del vecchio complesso minerario di Montevecchio recuperato e rimesso a nuovo. Un percorso senza tempo che tiene viva una tradizione che in Sardegna non ha mai perso vigore.
Davanti agli occhi dei visitatori si materializzano come per miracolo le sottili lame, sotto i precisi colpi sferrati all’incudine dagli artigiani che addomesticano l’acciaio incandescente e lo plasmano con la tecnica imparata dai loro avi.
Lame affilatissime, manici multicolore dalle mille forme. Il mondo del coltello sardo è uno sconfinato universo di storia, tecnica e conoscenza.
Dalle prime lame in osso, alla selce sbozzata, sino alla resistente ossidiana. In Sardegna, soprattutto nell’area del Medio Campidano, la produzione e la diffusione del coltello ha origini molto antiche.
Si deve risalire al II millennio Avanti Cristo per trovare le prime testimonianze delle prime lame realizzate nell’isola.
L’attività estrattiva nelle miniere stimola le popolazioni nel forgiare strumenti di lavoro e armi, veri e propri gioielli di precisione.
Dalla leppa, con la tipica forma di piccola sciabola, al coltello a serramanico che compare in Sardegna tra l’800 e il ‘900. Uno strumento indispensabile nella vita quotidiana: per affettare il pane, tagliare la carne e sbucciare la frutta.
Il Medio Campidano e in particolare Guspini oggi sono la patria del coltello tradizionale. Lama semplice con estremità appuntita, manici ricurvi con intarsi e fantasie cromatiche in chiaroscuro, corna di animale addolcite dalle sapienti mani dell’artigiano.
E come per un quadro d’autore non può mancare, incisa nella lama, la firma autografa di chi ha creato quel pezzo unico.